venerdì, 10 febbraio 2012
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A favore del tifoso, contro il consumatore

Sia detto per inciso, una volta e per tutte, senza tentennamenti, ripensamenti, né rimorsi: non cadremo mai nel recinto, nemmeno se è bello, manco se odora di Primavera ed è disegnato con i colori della nostra squadra del cuore. Noi parleremo di calcio e dintorni perché ci piace fare così, perché ci va, perché vogliamo. Ci sfizéa.
No, sia chiaro, non mi si fraintenda: non è che il calcio non sia importante, ma incappare nella trappola del panem et circenses, questo no, questo aborriamo e disprezziamo profondamente. Per carità! Non saremo mai lo strumento di chi governa secondo l’adagio di “Festa, Farina e Forca!”. Il calcio è importante, perché è uno scotimento, è sentimento diffuso e tempestoso, è il vettore di mille passioni, che sono inconfessabili all’orecchio delicato del buon razionalista, attento ogni giorno ad uccidere nel letto un guizzo appena desto ed un urlo da poco nato. E come ogni manifestazione popolare, anche il calcio va rispettato, senza la boria dell’intellettuale medio, tanto democratico, quanto schizzinoso in fatto di demos.
Eppure, nonostante la dignità appena attribuita a questo sport, non bisogna dimenticare che esso, di fondo, è un contenitore di principi, ma non è esso stesso un principio. Può veicolare il coraggio e l’orgoglio, la forza dello spirito su quello della tecnica, ma non è ragione di vita. Se per molti tale è diventato, il motivo va ricercato nella sua commercializzazione. In passato un uomo che amava la libertà, la forza, il coraggio e la propria terra era libero, forte, coraggioso e patriottico in ogni manifestazione: in un discorso, nel lavoro, nella guerra, nell’amore e nel divertimento. Insomma, si era uomini sempre, senza limitazioni di spazio e di tempo. Oggi, viceversa, bisogna specializzare il luogo, il secondo, il respiro, il battito, il muscolo…per l’efficienza, per il profitto, per la lussuria bavosa di pochi dirigenti, bisogna incastrare ogni sensazione, ogni sussulto, ogni scatto di vita, ogni singolo elettrone nella cella che allo scopo è stata apparecchiata.
È per seguire questa logica inferiore che il calcio viene gettato come pane secco alla gente, perché a lei si concedano 90 minuti (e connesse ore di chiacchiere televisive) sia per sfogare lo spirito agonistico che naturalmente sfrigola nell’animo, sia per distrarre pericolose energie ed incamerarle nel rituale controllato della domenica.
Si stupiscono, poi. Si stupiscono di un calore spropositato, della suscettibilità eccessiva del tifoso, della sua predisposizione a creare nemici e ad aggredirli. Sciocchi. Anzi, ipocriti: qualsiasi forza, pressata in 90 minuti, diventa violenza (verbale, concettuale e fisica), così come un gas, stretto in pareti troppo anguste, diventa un bagliore, si apre in un esplosione e si libera poi in mille schegge che chiedono carne. Perciò, senza cadere in alcun giustificazionismo volto a togliere la colpa ai colpevoli, bisogna nondimeno registrare l’ipocrisia di chi si sorprende, di chi, per il basso movente dell’audience e del profitto, gioca sugli antagonismi storici e su quei sospetti che, biascicati, non intaccano mai il sistema di turno.
Ah, la violenza…appassiona chi la fa, chi la subisce e chi la guarda. Nella strategia di mercato, è un modo per fidelizzare il tifoso-consumatore, per indirizzare le sue preferenze in amore e in guerra. Nella strategia politica, la violenza spettacolarizzata è non solo un divide et impera, ma è anche un pretesto per fare, di tanto in tanto, una ramanzina al tifoso, per rimproverare che non si fa, che non si dice mica, che non si tocca. Secondo una logica di tal fatta, un napoletano, ad esempio, deve odiare il salernitano (e viceversa)…l’importante, però, è che non si creino troppi disordini. Che le spranghe frantumino solo il consentito. Non oltre.
Ebbene, se i fanatismi suscitati dal calcio sono tutti funzionali a disegni politici ed economici, allora è proprio in essi che non dobbiamo assolutamente incorrere. Insomma, al mondo o si è uomini o si è servi: il tifoso-consumatore e quello facinoroso sono solo due delle tante specie esistenti di schiavo. Il primo si bea della sua servitù, il secondo vi incappa involontariamente. I terzi, intanto, si divertono: i mercanti.

© 2008, CalcioNapoletano.it. RIPRODUZIONE RISERVATA

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Categorie: Editoriale

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